LE TECNICHE ESTRATTIVE DELL’ORO NELL’ANTICA ROMA

LA mitologia romana parla della forza dell’oro nella sua simbologia ancora prima che nel suo valore materiale. Dal Vello d’oro ai pomi delle Esperidi fino ad arrivare a quello che per molti è il simbolo per eccellenza dell’avidità, quel re Mida che capì troppo tardi quanto e come nella vita la ricchezza non è la sola cosa che conta, anzi, il più delle volte, se rincorsa senza alcun equilibrio, può diventare addirittura un pericolo. Senza contare che l’oro avrebbe poi contrassegnato centinaia di esperimenti di metallurgia nel Medioevo, d parte di sedicenti scienziati alla disperata ricerca della pietra filosofale.

Disperata quanto vana. In questi casi alcune notizie ci arrivano già dai tempi dei Romani i quali, sempre sulla falsariga dell’avidità, iniziarono a tentare con l’orpimento (solfuro di arsenico) che risultava, però nel contempo pericolosissimo per la salute, quanto antieconomico nella resa. Altro elemento interessante è il fatto che l’oro si trovasse spesso in depositi alluvionali vicino ai fiumi, cosa che lo legava indissolubilmente a un altro elemento di primaria importanza per la vita dell’essere umano, l’acqua.

E proprio nell’antica Roma, si preferivano creare cantieri in queste zone con la creazione di opere idrauliche che convogliavano l’acqua nelle zone di lavorazione per favorirne l’individuazione. L’estrazione, stando alle parole di Plinio il Vecchio poteva avvenire sia da depositi alluvionali, come detto, sia sia dai filoni sotterranei. Nel primo caso era necessaria una forte quantità d’acqua che permettesse di lavar via le particelle inutili e altrettanto spesso erano usate delle spugne speciali che trattenevano invece quelle di oro.

Il secondo caso riguardava invece, come detto, i filoni. Qui le tecniche diventavano molto più complesse visto che la divisione doveva avvenire con la polverizzazione del materiale, tecnica che era molto più faticosa perchè si era soliti sfruttare la manodopera impiegata in decine e decine di mortai. C’era poi una terza tecnica, quella che prevedeva la creazione di gallerie all’interno delle montagne provocandone, poi, il crollo. Si trattava, ovviamente, di una serie di frane controllate. Ma anche qui il processo si rivelava sia complesso che costoso perchè prevedeva un intricato sistema di deviazione dei fiumi e di raccolta a valle delle acque che dovevano sedimentare per permettere poi alle particelle di oro di depositarsi sul fondo.

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